Emanuela | l’accettazione di un figlio

Ci sono persone che si lamentano e che si piangono addosso. E poi ci sono persone che prendono la vita per com’è, e cercano di trarne il meglio. Di solito questo tipo di persone si notano perché sorridono quasi sempre. Una di queste è Emanuela. Emanuela è una mamma. È una di quelle mamme che non hanno una vita semplice, una di quelle persone che ha dovuto lasciare alle spalle ciò che si aspettava dalla vita e ha dovuto affrontare ciò che il destino ha scelto per lei.

“Essere genitore ha sempre a che fare con l’accettazione. Perché quando arrivano i figli sono sempre diversi da come ci si aspettava.”

Accettare un figlio a volte significa accettare che abbia un carattere diverso dal nostro. Ad esempio un temperamento più ribelle. Altre volte significa accettare che sia un po’ imbranato negli sport. Oppure a scuola. Oppure entrambi. Altre volte ancora significa accettare che sia dislessico o che abbia bisogno di un insegnante di sostegno. Oppure accettare un figlio significa accettare che abbia una tetraparesi e quindi sia incapace di camminare e di sorreggere il busto. Questo è quello che ha accettato Emanuela. Perché tetraparesi spastica è la diagnosi del suo secondogenito, Luca. Quando Emanuela ha letto per la prima volta le parole che definivano la malattia di Luca non sapeva bene cosa significassero. Soprattutto non sapeva cosa avrebbero significato nella vita di tutti i giorni. Di solito, infatti, i medici tendono a non fare previsioni sul lungo periodo, tendono a non sbilanciarsi troppo. Emanuela ha scoperto passo dopo passo ciò che il suo bimbo poteva e non poteva fare. Ha scoperto che avrebbe dovuto dimettersi dal suo lavoro e abbandonare i suoi sogni di fare carriera. Che sarebbe stata una mamma a tempo pieno per seguire Luca nelle numerose visite con dottori e fisioterapisti. Ha scoperto pian piano che guardare troppo in là, immaginarsi il futuro adulto di un figlio tetraplegico ti fa solo stare male e ti fa andare a letto ogni sera con gli occhi colmi di lacrime. Emanuela ha accettato tutto questo con lentezza. Infatti la rabbia nei confronti di un destino cattivo non se ne va mai via velocemente. A volte la rabbia per qualcosa che non hai potuto scegliere rimane per sempre e ti indurisce il cuore. Invece da quello di Emanuela se n’è andata, lentamente e grazie a Luca.

Ogni volta che Luca imparava una cosa nuova, faceva un piccolo progresso come ad esempio imparare a parlare, la sua mamma riceveva una dose di energia. Questa energia, che è un po’ come un’iniezione di speranza e forza assieme, ha permesso ad Emanuela di mettere da parte la tristezza e diventare la stupenda mamma che è ora. Sì, perché adesso negli occhi di Emanuela non vi è nessun tipo di tristezza o rabbia, sul suo viso e nelle sue parole vi è una felicità pazzesca, che travolge anche le persone che le stanno accanto. Se qualcuno le chiede come fa ad essere così, lei con sguardo orgoglioso risponde:

“E’ grazie allo sport! Da quando ho iniziato ad andare in palestra sono rinata. Tra un mese farò la mia prima gara di bodybuilding!”

Agli occhi distratti di chi osserva potrebbe sembrare che Emanuela faccia sport per scaricare il nervoso o per avere un fisico perfetto. Invece mai come in questo caso lo sport è molto, molto di più. Innanzitutto è il modo per insegnare ai suoi figli che con l’impegno e la costanza si raggiungono obiettivi incredibili. E poi è il modo per essere donna prima ancora che mamma: ogni donna che coltiva un hobby o una passione, imparando a non diventare solo la mamma dei propri figli, ogni donna che riesce a ritagliarsi uno spazio tutto per sé, per sentirsi più bella e più brava sarà inevitabilmente una mamma più felice. E questo è esattamente quello che è Emanuela: una mamma felice. È quasi scontato dire che essere la mamma di un bambino tetraplegico sia tosto, e che districarsi tra burocrazia e incontri con dottori e insegnanti richieda molto tempo e molte energie. Non è scontato, invece, dire che affrontarlo con il sorriso ti porti a vivere una vita migliore e di riflesso a rendere le giornate di Luca, di suo fratello Jacopo e di tutta quanta la famiglia, più leggere. Emanuela crede nel destino, in un disegno già scritto che l’ha voluta mettere alla prova. Ascoltandola raccontare e raccontarsi sembra ovvio perché è successo proprio a lei: perché lei ce la poteva fare, poteva creare da una malattia brutta una cosa molto bella. Anzi, molte cose belle. Ad esempio si è battuta perché venga costruito un parco dove i bambini, tutti quanti, disabili e non, possano giocare assieme. E poi permette a Luca di fare mille esperienze, anche quella di cadere e sbucciarsi:

“Gli altri bambini cadono dalla bicicletta, tu cadi dalla carrozzina!”

Ecco come Emanuela consola Luca dopo che si è letteralmente ribaltato facendo un gioco con alcuni amici. Perché quello che ha capito Emanuela, e che dovremmo imparare tutti, adulti e bambini, è che prima ancora di essere ‘uno sulla sedia a rotelle’, prima ancora di essere un malato, ognuno di noi è una persona. E da persona ‘normale’ desidera essere trattato. Se questa storia fosse una favola (e un po’ ci assomiglia) avrebbe due bellissime morali: non lasciare che gli avvenimenti della vita ti rattristino per troppo tempo, trova con tutte le tue forze il modo per essere felice. E poi: rivolgiti sempre alla persona, e mai alla sua malattia, solo così eliminerai la più grande barriera del mondo che si chiama diversità.

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