Marta | la ragazza con lo zaino

∼Prepararsi alla partenza∼

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Marta strinse le labbra come se quel gesto potesse aiutarla a compiere gli ultimi passi del sentiero ripido. Sentiva le gocce di sudore scendere lungo la schiena e arrivare fino a collidere con la maglietta. Le scarpe da trekking, di un orribile colore fluo, tutto sommato erano comode, e soprattutto non le facevano venire le fiacche ai piedi. Aiutandosi con le mani scavalcò il grande masso che interrompeva il tracciato, appena rialzò il viso da terra lo vide. Il respiro si bloccò per qualche secondo, come se i suoi occhi avessero bisogno di totale silenzio per gustare a pieno quello spettacolo. La fatica fatta  ora sembrava avere un senso. Marta fece ancora qualche passo sul sentiero che era da poco diventato pianeggiante. Inspirò a fondo e finalmente sorrise: il panorama era meraviglioso!

Come ogni volta, guardandolo, si emozionava. Solo dopo si sentiva un po’ ridicola per questa sua passione non convenzionale. Ogni volta che arrivava sulla cima osservava le cose in una certa maniera, quasi come un rito: prima guardava la bellezza del posto in generale, nel suo insieme. Poi si sedeva per terra, beveva un sorso di acqua dalla borraccia e si metteva a guardare i particolari: l’intensità di blu del lago oppure la linea sulle pendici delle montagne dove finivano i latifoglie e iniziavano le pinete. Alla fine tirava fuori il suo smartphone rosa pallido e scattava una foto. La inviava alle sue amiche. Nonostante fosse convinta che l’immagine non potesse trasmettere nemmeno lontanamente la sensazione che si provava dal vivo.

Marta era convinta che la magia dei panorami di montagna fosse dovuto soprattutto ad una cosa: la fatica. Come ogni obiettivo, ogni desiderio, se lo si raggiunge faticando lo si apprezza di più. Marta volò col pensiero alla vita di alcune persone che conosceva: ad esempio un suo amico, era stato single per tanti anni e ora che aveva trovato l’amore della sua vita lo coccolava e apprezzava come nessun altro. Sorrise. Poi pensò ad una sua paziente (Marta è fisioterapista ndr), nonostante i suoi genitori avessero pochi soldi per pagarle l’università si era rimboccata le maniche lavorando come cameriera nel weekend, ed ora era un medico bravissimo. Sorrise di nuovo. Poi pensò a se stessa. Tra tre giorni sarebbe partita. E quella era stata l’ultima camminata per allenarsi. Aveva preso un mese di ferie al lavoro per fare un viaggio. Con una meta: Santiago de Compostela, partendo da un paesino vicino a Lourdes. 800 chilometri a piedi. Da sola.

Si morse il labbro inferiore mentre pensava al fatto che ci sarebbe andata in solitaria. Davanti agli altri faceva la spavalda, ed in effetti era molto sicura della sua decisione di andarci da sola. Però, ora che la partenza si avvicinava le veniva un leggero senso di inquietudine misto a grande curiosità: chissà cosa sarebbe successo a rimanere sola con se stessa per un periodo così lungo.

Questi pensieri però durarono pochi secondi nella mente di Marta.

Decise di godersi il panorama ancora per qualche minuto mentre ripeteva mentalmente la lista delle cose che avrebbe messo nello zaino per il viaggio, e quelle che avrebbe eliminato perché il peso che avevano era eccessivo rispetto alla loro importanza.


∼Il tempo per conoscersi∼

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Marta avvolse la salvietta sui capelli come se fosse un turbante. Mentre si rivestiva si diede una veloce occhiata nel piccolo specchio del bagno dell’ostello. Si soffermò con lo sguardo sulle due chiazze rosse tra le spalle e il collo. Erano dovute allo zaino che pesava e sfregava per tutto il giorno su quelle parti di pelle. Sorrise, perché in fondo non le dispiaceva avere sul proprio corpo la prova della fatica fatta.Mentre pensava a come evitare che gli arrossamenti si trasformassero in vere e proprie escoriazioni finì di prepararsi e si avviò verso il giardino: era il momento migliore della giornata! Le piaceva godersi il tramonto del sole chiacchierando con i suoi compagni di viaggio.

Erano passati solo pochi giorni dall’incontro con quelle persone, ma Marta aveva come l’impressione che ognuno di loro fosse lì per insegnare qualcosa a lei. Come se la casualità di quegli incontri fosse stata decisa da un destino già scritto.

Marta si sedette sulla sdraio e allungò le gambe sullo zaino che momentaneamente sarebbe servito come poggiapiedi. Osservò i campi di grano dorati dal sole calante. Chiuse gli occhi come per godersi meglio il silenzio. Sarebbe durato poco. Giusto il tempo che gli altri pellegrini si lavassero. Poi il silenzio avrebbe ceduto il posto alle risate e alle chiacchiere. Quei momenti, quelli di divertimento e risa, assieme ai momenti di pace e solitudine e a quelli di confidenze personali si susseguivano a rotazione durante quelle prime giornate di cammino.

A Marta ricordavano le vacanze in campeggio con l’oratorio di quando era bambina. Realizzò che allora, come adesso, aveva imparato ad apprezzare il permesso di conoscere a fondo le persone dato da questo tipo di occasioni.

Non sapeva cosa fosse di preciso, se la vacanza o la fatica condivisa, oppure la natura che li circondava unita alla semi-mancanza di mezzi tecnologici, ma la routine della vita di tutti i giorni raramente le permetteva di entrare in confidenza così a fondo con altre persone.

Le piaceva osservare come alcuni raccontassero di se stessi da subito, senza quasi il bisogno di una domanda. Come se le loro sofferenze e le loro gioie fossero lì, pronte per essere consegnate a chiunque sapesse ascoltarle. Invece altre persone avevano bisogno di tanto tempo per aprirsi agli altri, quasi come se cercassero il momento e la persona adatti con infinita meticolosità. Ed una volta passata questa prima diffidenza diventavano un fiume in piena. E poi c’erano le persone come lei, che odiava le domande dirette e voleva scegliere senza nessun tipo di obbligo o stimolo a chi e cosa raccontare di se stessa…


∼Come∼

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“Non c’è altra strada che avrei voluto percorrere.

Non ci sono altre persone che avrei voluto conoscere.

Non ci sono altri momenti che avrei voluto passare.

Ogni momento e ogni pezzo di cammino è ricordato da un’emozione, da un paesaggio, da una chiacchierata o da una persona.

Neanche se me lo immaginavo avrei potuto pensare di condividere il cammino con le persone con cui invece l’ho condiviso. Sono stata fortunata. La vita, il cammino, mi ha messo vicina delle persone. Ognuna delle quali mi ha insegnato qualcosa. Tutte.

Ora sta a me farne tesoro, perché il cammino è solo l’inizio.

Ogni giorno è stato emozione pura: sorrisi, risate, mazzate sui denti, pensieri. Non ho avuto neanche il tempo di metabolizzare. Avrei voluto scrivere un diario, ma non ho avuto tempo, perché preferivo vivere.

Là non c’è tempo per raccontare. Solo per vivere.

Quando tornerò a casa voglio far crescere questi semi, che ognuno delle persone che ho incontrato ha piantato. In me.”

Ieri sera, riabbracciando Marta e ascoltandola mentre raccontava, ho capito una cosa.

Non importa tanto le persone o le cose che ti capitano. Non importa il perché succedano o il motivo per cui le fai. Importa solo il come.

Importa come le vivi. Se con il sorriso e l’entusiasmo. O senza.

Importa come affronti le delusioni o gli insuccessi. O il male ai tendini (in questo caso).

Importa come –e se- ti impegni a prendere il meglio che ogni persona ti può dare. O decidi di non farlo.

Grazie Marta.

Per essere stata la mia (anzi la nostra) ragazza con lo zaino ❤

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4 commenti Aggiungi il tuo

  1. G7i6g7i9 ha detto:

    Sono già tutto orecchi e occhi 😉

  2. MARTA ha detto:

    Nel giorno di una nuova partenza ho riletto questa storia, ne avevo bisogno! Marta è la nostra ragazza con lo zaino…. Grazie Caro!

    1. Carola A. ha detto:

      Buon (nuovo) viaggio amica mia<3

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