Monica | il soldato con gli occhi che brillano

“Siete delle mozzarelle. Muovete quei culoni. Forza. Uno. Due. Uno. Due. Uno…”

Le promesse soldatesse del 245° reggimento di Ascoli Piceno abbassavano e rialzavano i loro corpi al ritmo della voce dell’istruttore. Le loro fronti erano fradice di sudore, i muscoli dopo il sessantesimo piegamento incominciavano a fare veramente male. La maggior parte delle ragazze si sentiva spronata dagli insulti urlati, quasi come se quelle parole di disprezzo fossero un’iniezione di adrenalina. Alcune però provavano la cosa opposta: si scoraggiavano. Di solito succedeva a quelle ragazze che erano meno preparate dal punto di vista atletico, quando la capacità di stare al passo con le altre veniva meno e gli occhi del primo e del secondo istruttore si fissavano su di loro, perdevano la concentrazione nell’esercizio ed il corpo di colpo sembrava pesare un macigno. La derisione da parte degli istruttori faceva il resto, e a quel punto non c’era più niente da fare, si bloccavano. Seguiva un pianto isterico o una fuga imbarazzata nel dormitorio, ma soprattutto la consapevolezza di una votazione negativa in più ai fini del raggiungimento del proprio sogno: entrare nell’esercito!

Monica era quel tipo di donna che non avrebbe permesso a niente e nessuno di frapporsi tra lei e la sua ambizione, men che meno ad un paio di istruttori un po’ bulli con le nuove reclute. Lavorava sodo Monica, seguiva alla lettera le regole della caserma: l’ordine impeccabile del proprio letto e delle divise mimetiche, la pulizia regolare delle armi, il minimizzare i sentimentalismi e la nostalgia di casa, il non lamentarsi mai per il cibo che era scarso rispetto all’appetito. Ogni tanto Monica chiudeva gli occhi e pensava alle cose belle della sua terra d’origine, la Sicilia. Pensava al rumore del mare sugli scogli o al vociare degli anziani vestiti di nero giù in paese, pensava al profumo delle arancine ancora calde di frittura e all’odore intenso della ricotta usata come ripieno per i cannoli…

“Quando ho incontrato Monica per la prima volta, lei era in licenza dall’esercito per le vacanze di Natale, ed io, guardandola, mi sono subito innamorata di lei. Era bellissima e forte. Io invece ero grassa e timidissima. Non sapevo cosa fare, né cosa dire per conoscerla. E allora non ho fatto niente. Hai presente quella sensazione quando ti piace tantissimo qualcuno ma pensi di non essere alla sua altezza, e allora ti limiti a sognare ad occhi aperti?”

Mentre Monica smontava il suo fucile, un AR 70/90, per ripulirne meticolosamente gli ingranaggi abbassò lo sguardo, e sorrise. Adorava la vita dura della caserma, quella disciplina. Non le importava il fatto di dover sottostare agli ordini e ai ritmi decisi da qualcun altro. Tutta quella meticolosità, il fatto che nulla fosse lasciato al caso metteva ordine anche nella sua mente di giovane donna. Monica sapeva che quella vita era scritta nel suo destino.

Aveva deciso di diventare soldatessa quando, all’età di 11 anni, si era commossa ascoltando l’inno di Mameli. Ogni volta che per qualche manifestazione veniva suonato Monica si emozionava, osservava con attenzione le persone che si alzavano in piedi e mettevano la mano sul cuore, ripeteva le parole a bassa voce, in segno di rispetto per i sacrifici dei giovani italiani che quasi due secoli prima avevano dato la vita per la patria.

“Perché ha scelto di provare ad entrare nell’esercito?”

“Perché voglio servire lo Stato.”

“E’ sicura che la sua decisione non abbia nulla a che vedere con la sua situazione famigliare?”

“Sì, sono sicura!”

“Quindi possiamo escludere il fatto che la sua sia una fuga da una situazione difficile?”

“Sì, lo possiamo escludere!”

I colloqui per essere ammessa all’addestramento avevano fatto arrabbiare Monica, le era sembrato che sia la psicologa sia il colonnello dell’esercito volessero scavare nel suo dolore per trovare la prova della sua determinazione. Quando ci ripensava, ora, provava ancora quello stesso fastidio. Poi però tutto questo lasciava il posto alla felicità per essere stata selezionata.

“Una sera, alcuni mesi dopo quel primo incontro, ho aperto la porta di casa e davanti a me c’era lei: Monica! Non ci potevo credere!! Non me l’aspettavo che venisse. Era stata invitata da una mia compagna alla cena della squadra di calcio che avevo organizzato. Non sapevo che dire, ero timidissima ed ho incominciato a sudare. Per fortuna ha parlato Monica per prima, chiedendomi delle mie tartarughe, anche a lei piacevano moltissimo… Dopo quella cena ho avuto il coraggio di parlarne con un’amica. Sai per me non era facile ammettere di essermi presa una cotta, ho passato degli anni molto brutti durante i quali non riuscivo nemmeno ad uscire di casa, figurarsi parlare dei miei sentimenti!  A questa ragazza è venuta l’idea di organizzare per me un’uscita con Monica. Ero elettrizzata all’idea.”

Era cresciuta in fretta Monica. La vita, infatti, non le aveva concesso l’ingenuità a cui ogni bambino dovrebbe aver diritto. Il suo papà beveva, beveva tanto. La dipendenza aveva offuscato in lui la capacità di vedere che la felicità risiedeva nell’amare le proprie figlie e la propria moglie. E così anziché prendersene cura sfogava la frustrazione dell’alcolismo maltrattando la mamma delle sue bambine. Quando questo succedeva, quando la furia era evidente nei suoi occhi, Monica faceva quello che la mamma le aveva insegnato: prendeva per mano la sorellina e usciva di casa. Aspettava lì, che la rabbia violenta del papà si esaurisse.

Monica scorse da sotto il berretto la sua mamma in prima fila, era venuta da Castelbuono –un paesino vicino a Cefalù- per assistere al giuramento della figlia soldato. Sapeva che si sarebbe preoccupata nel vederla così magra. Sapeva anche però, che sarebbe stata molto orgogliosa della sua primogenita. Quello che forse la mamma di Monica non sapeva, invece, era che tutta quella determinazione nell’entrare nell’esercito veniva direttamente da un regalo che le aveva fatto molti anni prima: la mamma di Monica non aveva subito le botte in silenzio, ad un certo punto si era ribellata, aveva lasciato il marito violento, dopodiché si era rimboccata le maniche e aveva cercato un secondo lavoro per garantire alle figlie una vita dignitosa.

“Io e Monica eravamo sul divano, io ero paralizzata dalla timidezza. Per fortuna è stata lei a fare la prima mossa perché io non ne sarei stata capace: mi ha baciata!! Ed esattamente da quel momento è ricominciata la mia vita. E’ grazie a Monica se sono riuscita ad uscire dal mio guscio. Ho ricominciato a lavorare, ad andare in giro. Grazie a Monica ho ricominciato a vivere…”

5 anni dopo.

Monica e Anna sono ancora fidanzate. Vivono assieme in un appartamento e giocano nella stessa squadra di calcio. Sono innamoratissime. Qualche invidioso scherza sul loro modo di essere inseparabili, come per cercare una crepa nel muro del loro amore. Ma a Monica e Anna non interessa. Pensano ai loro sogni, a ciò che desiderano per il futuro ma anche a ciò che volevano e non hanno ottenuto.

Anna mi ha detto che sogna una casa con un giardino, un cane e le vacanze in montagna per imparare a sciare. Poi mi ha guardata, ci ha pensato meglio, ed ha concluso che in fondo l’unica vera cosa che le interessa è rimanere al fianco di Monica, e che Monica sia felice.

A Monica sono brillati gli occhi, come sempre quando vede il sorriso sulle labbra di Anna. Il suo sogno è ancora lì, sospeso. Dopo due anni nell’esercito è tornata a casa. Lei sognava le missioni in Afghanistan e in Kosovo, ma i test per poter essere assegnata a quelle missioni sono difficili da superare. Difficili, nonostante i punteggi a pieni voti di Monica. Difficili, perché Monica non ha le raccomandazioni delle persone che contano. Anna non vuole che Monica si arrenda e ogni anno insiste perché lei faccia quei test. Quando ne parla Monica ha un velo di amarezza nello sguardo, sa quanto pesano sulle spalle i sogni che non si avverano.

Non so quello che succederà nel futuro di Monica e Anna. Non lo sanno nemmeno loro. So, però, che quello che hanno è prezioso. Hanno l’amore l’una dell’altra, e hanno la consapevolezza che insieme si rendono individui migliori. Questo è raro, ed è meraviglioso.

Anna mi ha promesso di scrivermi la sua storia, ed io, sono in trepidante attesa di leggerla e – se lei vorrà – di raccontarla.

Monica mi ha promesso di venire al nord a trovarmi, con delle arancine.

Vi aspetto ragazze ❤

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4 commenti Aggiungi il tuo

  1. maura daniele ha detto:

    Bellissimo, come sempre Carola!

  2. giuliana ha detto:

    dopo la nostra chiaccherata di ieri sera ,stamane apro fb e trovo questo…che dire bello bello bello

    1. Carola A. ha detto:

      Grazie mille Giuliana<3

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