Goodbye London

Non é che sia iniziata benissimo la mia seconda volta nella capitale britannica.

Sono arrivata in una fredda domenica invernale, piena di adrenalina per il training di lavoro (che sarebbe incominciato l’indomani mattina), piena, anche, di valigie e di dubbi.

I dubbi li avevo perché la camera che avevo preso in affitto, con un accordo telefonico last minute tramite amici di amici, non mi convinceva del tutto. Dalle foto era chiaro che la casa era proprio bruttina, e compleatamente ricoperta di moquette.

Arrivata, ci ho messo davvero poco a capire che la bruttezza di quel posto e la moquette sarebbero stati gli ultimi dei miei problemi. Nella casa, piu’ ostello che casa per la verita’, abitavano 14 persone, la moquette puzzava di un odore nauseante, che solo piú tardi avrei scoperto essere puzza di pipí, di gatto. La prima ragazza che ho incontrato non parlava una parola di inglese e non mi ha degnata nemmeno di un sorriso o di un cenno. La seconda, invece, l’inglese lo parlava, ma siccome era completamente fatta di qualche sostanza non si é accorta che non ci conoscevamo, e mi ha chiesto ossessivamente l’ora per una decina di volte.

“Carola quando ci siamo parlate al telefono ho tralasciato di dirti che nella casa c’e’ una tizia un po’ matta con due gatti, ed un ragazzo che ha avuto problemi di droga in passato, quella che hai incontrato prima é la sua amica, ma tranquilla, non vive li’. La ragazza colombiana e’ un po’ antipatica e non saluta mai. Gli altri non so chi siano.”

Benissimo!

Tra l’altro io ai gatti sono allergica, e il ragazzo, che di farsi (di crack) non aveva smesso davvero, una delle prime notti, ubriaco, ha confuso le porte delle nostre rispettive camere ed ha cercato di entrare nella mia stanza, che avevo fortunatamente deciso di chiudere a chiave prima di addormentarmi. Ha provato per un po’ ad aprirla forzando la maniglia, poi si e’ messo a sbatterci i pugni, e, ovviamente, mi ha fatto morire di paura…

L’altra faccia della medaglia del mio trasferimento col botto a Londra e’ il lavoro, nel campo finanziario. Mi e’ da subito piaciuto  moltissimo. Ammetto, con un po’ di vergogna, che ci sono stati dei giorni in cui ho continuato a lavorare ben oltre l’orario stabilito, perché l’idea di tornare in quella casa piena di persone strane mi rattristava e mi spaventava un po’. C’e’ stato un momento in cui ho cercato disperatamente un altro alloggio. Ma, come chi ci ha vissuto sa, trovare a Londra una casa, il cui affitto sia entro il proprio budget, che sia in una zona carina, non pericolosa, relativamente vicino al lavoro ecc ecc non é esattamente una cosa immediata. Nel frattempo, poi, alcune cose a casa, quella brutta, stavano cambiando… il ragazzo ‘invasore’ era stato mandato via perche’ non pagava l’affitto, la moquette delle scale era stata cambiata ed anche la mia camera era cambiata, mi ero spostata in una piu’ bellina al primo piano. L’ho fatto perche’ una notte mi sono svegliata con un grande prurito al braccio, ed ho visto una bed bug che camminava sul lenzuolo del mio letto. (Se non sapete cosa sono le bed bugs o cimici da letto, e’ perche’ o siete molto fortunati o non avete traslocato spesso in grandi metropoli, dove le infestazioni da cimici da letto sono pari solo a quelle di topi!)

Addesso, a cinque mesi di distanza dal giorno in cui sono arrivata, mentre faccio il check-in per il volo di ritorno definitivo in Italia, adesso che mi restano meno di 42 ore da londinese, adesso, ammetto che tutta questa ‘avventura’ della casa brutta, il fatto che ho tenuto duro, e non me ne sono andata mi rende un po’ orgogliosa e po’ felice. Orgogliosa perche’ ho imparato ad adattarmi e a gestire tante cose che non avrei mai immaginato di fare. Felice, perche’ in questi mesi la casa brutta e’ stata un porto di mare, sono andate e venute tante persone, alcune simpatiche e alcune molto meno, tutte con una propria storia da ascoltare (e alcune da raccontare, prossimamente, sul blog 😉 ).

La casa brutta e’ stata piena zeppa di diversita’ che hanno convissuto forzatamente, scontrandosi, prima e inontrandosi, poi…

Nella casa brutta ho conosciuto una signora che e’ una nonna che fa le pulizie negli uffici per mantenere tutta la sua famiglia, che abita in Polonia. Una ragazza olandese che ama i gatti, lei e’ un po’ scorbutica e molto molto sola. Due sorelle californiane e ispaniche che mi hanno raccontato, tra le altre cose, gli effetti malsani che sta avendo la politica di Trump su molte persone delle loro zone. Un ragazzo romano, dolcissimo, che da piccolo e’ stato molestato da un prete pedofilo (denunciato ma mai processato), lui e la sua ragazza in Italia non vogliono tornarci mai piu’ perche’ hanno perso la fiducia in uno stato, il nostro, che troppo spesso non tutela i propri cittadini. Nella casa brutta abitano, tutti assieme in un’unica stanzetta da 4 metri quadri, cinque persone. Sono una famiglia portoghese che e’ in difficolta’ economica da quando il papa’ ha avuto un ictus. I due figli adolescenti sono due dei ragazzi piu’ in gamba che io abbia mai conosciuto…

La casa brutta in un certo senso e’ stata, per me, la cartina tornasole di cio’ che io amo davvero tanto di Londra. E questa cosa la si puo’ sintetizzare in un’unica parola: multiculturalismo.

Se si aprono gli occhi, ed il cuore, abitare a Londra e’ un po’ come fare un giro per il mondo. Mi e’ capitato di conoscere un taxista pakistano e mussulmano, mi ha raccontato di come tanti anni fa abbia sposato, fuggendo in Afghanistan per non farsi incarcerare, la moglie, indusista converita all’islam. Mi ha parlato di lei chiamandola “my lady”. Mi ha spiegato che il velo, sua moglie, lo indossa solo quando non le piace come le stanno i capelli o non ha voglia di pettinarsi prima di uscire. Tutte le mattine poco lontano da casa incontro una vecchina che pulisce chinata a terra con uno straccio imbevuto nel latte le scale di un tempio dedicato a Krishna, il tempio si trova tra un rivenditore di cellulari usati ed un pub. Non ho ancora capito se é una matta o una fedele, peró mi saluta sempre, benedicendomi in una lingua che non conosco. Una sera sono uscita in un locale dove si fuma la shisha. Nel tavolo di fianco al mio c’era un gruppo di ragazze, indossavano tutte il chador, che e’ quel velo che copre le forme e gran parte del capo. Ballavano e si scattavano selfie, il contrasto tra i loro indumenti e il loro comportamento strideva. Ma mi ha affascinata un sacco.

Ho incontrato persone straordinarie in luoghi inaspettati, ho conversato con una principessa del Guatemala. Ho bevuto un caffe’ con una transessuale che fa la escort ed ho imparato a cucinare il porridge da una calabrese con gli occhi azzurri. Che cito, oltre che per il porridge, perche’ e’ diventata la persona con cui io mi sono sentita ‘a casa’ pur essendo lontano da casa. Perche’ alla fine, ne sono convinta, non sono i luoghi che ci rendono felici, ma le persone che li vivono, e la nostra capacita’ di prenderci cio’ che ognuno puo’ insegnarci. In questo caso a me le persone, tutte queste e tante altre, mi hanno insegnato a vedere la mia visione delle cose solo come un punto di vista, non per forza piu’ giusto del punto di vista degli altri. La ‘mia’ Londra e’ stata questo, un viaggio tra le persone e le diversita’.

Me ne vado felice (per amore). Ma un pezzo del mio cuore rimarra’ sempre qui.

Goodbye London.

C.

 

 

 

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