Elena | la regina di Santiago ∼ la reina de Santiago

bandiera-italia-bandiere (ITA)

Questo testo nasce da un’intervista fatta in duetto con Alessandro Masini durante il mio viaggio in Guatemala.

Abbiamo incontrato Elena Chiquival per colazione, nella casa color verde chiaro di Alessandro. Il contrasto tra gli argomenti discussi e la soavità di Elena mi ha colpita, lasciandomi addosso l’idea che la gentilezza sia l’arma decisiva per vincere certe battaglie: Elena è uno dei pilastri di un’associazione che combatte la violenza contro le donne, a Santiago Atitlàn.

Il dove, inteso come contesto socio-culturale, in questa storia, è fondamentale.

Essere una donna in Guatemala non è semplice, perchè è uno dei Paesi con la più alta percentuale di femminicidi al mondo.

Secondo quanto riporta un’inchiesta di Aljazeera ogni giorno in Guatemala avvengono almeno due femminicidi. E la situazione è ancora più critica nelle comunità indigene a causa della maggiore povertà e discriminazione razziale.

Elena ci ha raccontato che nella città di Santiago Atitlàn, comunità indigena di circa trenta mila persone, solo il 3 per cento delle famiglie vive una condizione di parità di genere, e solo nel 2016 sono stati riportati 437 casi di violenze.

“Nonostante le donne lavorino di più, la gestione del patrimonio è sempre nelle mani dei mariti, o dei padri.” 

Questo, secondo Elena, è uno dei punti cruciali del problema perché l’indipendenza economica può rendere le donne veramente libere. Libere di scegliere. Libere di rifiutare le violenze.

Quando le donne chiedono aiuto al Consorcio de Associationes di Elena per violenze domestiche, viene consigliato loro di andarsene di casa e di sporgere denuncia. Dopodiché vengono indirizzate al ministero pubblico, un ente che offre corsi per conoscere le leggi in vigore riguardo al tema della violenza.

“La maggior parte delle donne infatti non conosce i propri diritti. Per questo l’informazione è decisiva.”

Il corso dura venti giorni, e al termine di questo periodo spesso sono gli stessi mariti che chiedono alle mogli di tornare, sopraffatti dalla gestione di lavoro, casa e figli.

“Le donne, dopo il corso al minstero, hanno preso piena coscienza dei propri diritti. E quindi, se tornano con i mariti, pretendono di essere rispettate.”

Questo gesto forte che ha il sapore di un ricatto, e che è molto lontano da ciò a cui siamo abituati nei centri antiviolenza europei, dove il contesto e la società sono differenti, fa in modo che le cose nelle famiglie inizino a cambiare, piano.

Piano, perché l’idea del machismo (ovvero la predominanza dell’uomo sulla donna), che secondo alcune fonti è uno dei risultati dell’invasione spagnola, è penetrata nella società secoli fa, e per questo è difficile da estirpare.

 

Elena ha 38 anni ed ha il sorriso tipico delle donne pacifiche, ma toste.

La lotta alla violenza ha radici nella sua adolescenza, a quando Elena si domandava perchè le donne e gli uomini avessero ruoli ed educazione cosi’ poco egualitari. Discuteva testardamente con i suoi genitori per il diverso trattamento ricevuto in casa tra lei, figlia femmina, ed i suoi fratelli maschi.

All’età di 16 anni si è avvicinata ad un comitato politico di Santiago, all’epoca costituto interamente da uomini. Tramite questo comitato ha frequentato diversi corsi di formazione politica, nello stesso periodo ha iniziato a conoscere molte vittime del conflitto armato, molte donne. E queste conoscenze le hanno dato la possibilità di capire fino in fondo la discriminizione di genere presente nel suo popolo.

Ci ha raccontato che all’inizio i sui genitori pensavano fosse matta, poi con il tempo hanno compreso quello che Elena diceva: l’importanza dell’equilibrio nel rapporto tra uomini e donne, anche nelle piccole azioni quotidiane. Ed hanno finto per appoggiarla.

“In casa mia gli uomini hanno imparato a cucinare, a lavare, e a fare tutte quelle cose che prima erano considerate compiti femminili.”.

Il percorso di Elena è culminato con la fondazione nel 2010 del Consorcio de Associaciones, che si propone di aiutare le vittime del conflitto armato, le vittime di violenza e coloro che vivono in povertà.

Elena sente su di sè tutta la responsabilità del compito che ha, ogni giorno infatti riceve almeno 10 persone che le chiedono aiuto. Ma non si accontenta dei risultati ottenuti, infatti al momento sta conseguendo la laurea per diventare avvocato e notaio, così da poter entrare nei tribunali e divenire, ancora di più, la corda tra il suo popolo e la parità di genere, perchè come dice lei: “La violenza è tanto grande”

Ed è molteplice. La violenza è fisica, è psicologica. Ma è anche patrimoniale, perchè l’eredità viene spartita solo tra i figli maschi. La violenza è economica, perchè ancora troppi uomini gestiscono i soldi delle mogli o non permettono loro di andare a lavorare. La violenza è sessuale, perchè all’interno di molte coppie sono gli uomini che decidono quando e come avere rapporti. La violenza è pubblica, perchè vengono socialmente accettati i comportamenti più disparati, dal fischio di apprezzamento per strada, al palpeggiamento, al prendere una donna con la forza per molestarla o violentarla.

Abbiamo chiesto ad Elena come deve cambiare secondo lei l’educazione delle bambine. E lei ci ha risposto in un modo maledettamente giusto:

“Il problema della violenza di genere non è solo un problema delle donne, anche gli uomini devono essere educati per cambiare la propria attitudine e il proprio comportamento, noi al Consorcio stiamo pensando ad un modo per prevenire la violenza in questo senso.”

Elena è convinta che gli uomini violenti o machisti siano uomini con una bassa autostima, e che la prima battaglia è quella contro gli stereotipi legati proprio agli uomini. La società e la cultura hanno estremizzato il concetto di mascolinità. Gli uomini spesso non si sentono liberi di piangere o di mostrare il proprio lato sensibile. Questo crea in loro tanta frustrazione. Se si eliminano questi stereotipi si fa un grande passo per prevenire la violenza scaturita dalla insicurezza di sè.

 

Elena non combatte contro gli uomini, Elena combatte perchè ogni essere umano comprenda l’importanza e la bellezza di una società che non discrimina le diversità. Di nessun tipo.

Concludo dedicandovi la prima frase che Elena ha detto a me ed ai miei compagni di viaggio il giorno in cui ci siamo conosciuti, su al Consorcio de Associaciones:

“In qualunque momento della vostra vita in cui vorrete tornare, per qualunque motivo, ricordatevi che qui, al Consorcio, sarete sempre i benvenuti!”

E infatti è proprio questa la sensazione che si respira in presenza di Elena e delle altre mujeres del Consorcio: accoglienza, e dolcezza. Le armi della loro rivoluzione.

Il cammino verso la parità dei sessi è lungo, in alcune parti del mondo più che in altre, ma io sono convinta che se si da spazio, e fondi, alle persone come Elena, sarà molto più rapido.

Grazie a tutte le Elena del mondo per quello che fate.


 

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Este texto proviene de una entrevista realizada a dúo con Alessandro Masini durante mi viaje a Guatemala.

Habíamos encontrado a Elena Chiquival para el desayuno en la casa verde clara de Alessandro. El contraste entre los temas tratados y la dulzura de Elena me impactó, dejándome con la idea de que la bondad es el arma decisiva para ganar ciertas batallas: Elena es uno de los pilares de una asociación que combate la violencia en contra de las mujeres en Santiago Atitlán.

El lugar, entendido como contexto sociocultural, en esta historia, es fundamental.

Ser mujer en Guatemala no es fácil, porque es uno de los países con mayor porcentaje de femicidios en el mundo.

Según un informe de Al Jazeera, al menos dos femicidios ocurren todos los días en Guatemala. Y la situación es aún más crítica en las comunidades indígenas debido a una mayor pobreza y discriminación racial.

Elena nos contó que en el pueblo de Santiago Atitlán, una comunidad indígena de unas treinta mil personas, solo el 3 por ciento de familias viven una condición de igualdad de género, y sólo en 2016 se reportaron 437 casos de violencia.

“Aunque las mujeres trabajan más, el manejo del patrimonio siempre está en manos de esposos o padres”.

Esto, según Elena, es uno de los puntos cruciales del problema porque la independencia económica puede hacer que las mujeres sean verdaderamente libres. Libres de elegir. Libres de rechazar la violencia.

Cuando las mujeres piden ayuda al Consorcio de Asociaciones de Elena por violencia doméstica, se les aconseja que se vayan de su hogar y presenten una queja. Luego se dirigen al ministerio público, un organismo que ofrece cursos para aprender sobre las leyes vigentes con respecto al tema de la violencia.

“De hecho, la mayoría de las mujeres no conocen sus propios derechos. Por lo que la información es primordial”.

El curso tiene una duración de veinte días, y al final de este período son a menudo los mismos maridos que piden a las esposas que regresen, abrumados por la administración del trabajo, el hogar y los niños.

“Las mujeres, después del curso en el ministerio, toman la  plena conciencia de sus derechos, y por lo tanto, cuando vuelven con sus maridos, reclaman por ser respetadas”.

Este gesto fuerte que tiene el sabor del chantaje, y que está muy lejos de lo que estamos acostumbrados en los centros contra la violencia en Europa, donde el contexto y la sociedad son diferentes, asegura que las cosas en las familias comienzan a cambiar, lentamente.

Lentamente, porque la idea del machismo (o el predominio del hombre sobre la mujer), que según algunas fuentes es el resultado de la invasión española, ha penetrado en la sociedad desde hace siglos, y esto es difícil de erradicar.

 

Elena tiene 38 años y tiene la típica sonrisa de una mujer pacífica, pero fuerte.

La lucha en contra de la violencia tiene raíces en su adolescencia, cuando Elena se preguntó por qué las mujeres y los hombres tenían un papel y educación tan poco igualitario. Argumentó obstinadamente con sus padres sobre el trato diferente que recibía en su casa entre ella – su hija – y sus hermanos varones.

A la edad de 16 años, se acercó a un comité político en Santiago, que en ese momento estaba compuesto completamente por hombres. A través de este comité asistió a varios cursos de capacitación política, al mismo tiempo que comenzó a conocer a muchas mujeres, víctimas del conflicto armado. Y este conocimiento le ha dado la oportunidad de comprender completamente la discriminación de género presente en su pueblo.

Nos dijo que al principio sus padres pensaron que estaba loca, luego con el tiempo entendieron lo que Elena dijo: la importancia del equilibrio en la relación entre hombres y mujeres, está en las pequeñas acciones cotidianas. Y ellos finalmente la apoyaron.

“En mi casa, los hombres han aprendido a cocinar, lavar y hacer todas las cosas que antes se consideraban tareas femeninas”.

El camino de Elena culminó con la fundación del Consorcio de Asociaciones en 2010, que tiene como objetivo ayudar a las víctimas del conflicto armado, las víctimas de la violencia y las personas que viven en pobreza.

Elena siente toda la responsabilidad por la tarea que tiene, todos los días recibe al menos 10 personas pidiéndole ayuda. Pero no está contenta con los resultados obtenidos, de hecho, por el momento está estudiando para licienciarse como abogada y notaria, para que pueda ingresar a los tribunales y convertirse, aún más, en la cuerda entre su gente y la igualdad de género, porque como ella dice: “La violencia es tan grande”.

Y es múltiple. La violencia es física, es psicológica. Pero también es patrimonial, porque la herencia se divide sólo entre los hijos. La violencia es económica, porque aún hay demasiados hombres que administran el dinero de sus esposas o no les permiten ir a trabajar. La violencia es sexual, porque en muchas parejas son los hombres quienes deciden cuándo y cómo tener relaciones. La violencia es pública, porque los comportamientos más disparates son socialmente aceptados, desde el silbido de la apreciación por las calles, hasta palpar o tomar a una mujer por la fuerza para molestarla o violarla.

Le preguntamos a Elena cómo debería cambiar la educación de las niñas según ella. Y ella respondió de una manera fantástica:

“El problema de la violencia de género no sólo es un problema de las mujeres, incluso los hombres deben ser educados para cambiar su propia actitud y comportamiento, nosotros en el Consorcio estamos pensando en una forma de prevenir la violencia en este sentido”.

Elena está convencida de que los hombres violentos o los machistas,  son hombres con baja autoestima, y que la primera batalla es en contra de los estereotipos relacionados con los hombres. La sociedad y la cultura han exagerado el concepto de masculinidad. Los hombres a menudo no sienten la libertad de llorar o mostrar su lado sensible. Esto crea en ellos mucha frustración. Si se eliminan estos estereotipos, se dará un gran paso para evitar la violencia derivado de la inseguridad en sí.

Elena no lucha contra los hombres, Elena lucha para que cada ser humano comprenda la importancia y la belleza de una sociedad que no discrimina las diferencias. De ningún tipo.

Concluyo dedicando la primera frase que Elena nos contó, a mí y a mis compañeros de viaje el día que nos encontramos, en el Consorcio de Asociaciones:

“En cualquier momento de tu vida, cuando quieras volver, por la razón que sea, recuerda que aquí, en el Consorcio, siempre serás bienvenida”.

Y de hecho esta es la sensación que se respira en presencia de Elena y las otras mujeres del Consorcio: hospitalidad y dulzura. Las armas de su revolución.

El camino hacia la igualdad de género es largo, en algunas partes del mundo más que en otras, yo estoy convencida de que si se da espacio, y fondos a personas como Elena, será mucho más rápido.

Gracias a todas las Elenas del mundo por lo que hacen.

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4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Kikka ha detto:

    Questo articolo è pazzesco!! B R A V I S S I M A! Che donna Elena!!

    1. Carola A. ha detto:

      Gia’, che donna! Grazie 🙂

  2. MARTY ha detto:

    wow! che storia! Brava Carol 🙂

    1. Carola A. ha detto:

      Grazie MArti!!

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